Dentro i “solchi” dei Calanco non c’è posto per gli eroi

La rabbia è soltanto la parte più visibile di “solchi”. Sotto si muovono emozioni meno appariscenti e forse più difficili da gestire: paura, insicurezza, dipendenza, senso di colpa, incapacità di stare soli. È da questo slittamento che nasce buona parte della forza del debutto dei Calanco.

Il rock ha costruito per decenni una parte della propria mitologia sulla forza: ribellione, opposizione, volume, corpi sul palco. I Calanco utilizzano gli stessi strumenti per raccontare personaggi che forti non sono quasi mai.

Quello di “sbaglio spesso”, per esempio, è intrappolato in una dipendenza sentimentale. Non riesce a metabolizzare una separazione e trasforma l’assenza dell’altro in una presenza ossessiva. Il titolo evita qualsiasi alibi: riconoscere di sbagliare non significa necessariamente sapere come smettere.

In “bruges” la soluzione sembra essere la distanza. Via dalla mediocrità, via dalla staticità, verso una città caricata di aspettative. Il problema è che l’altrove esiste soprattutto finché non lo si raggiunge. Una volta arrivati, rimane la solitudine.

“domenike” risponde alla vulnerabilità con l’arroganza. È una strategia semplice: se non vuoi essere percepito come fragile, fai più rumore degli altri. Ma il brano smonta gradualmente l’equazione tra aggressività e forza, lasciando emergere la tensione di chi ha bisogno di affermarsi proprio perché non è sicuro del proprio valore.

“caffè corretto” continua il discorso attraverso una relazione amorosa in cui seduzione e potere diventano difficili da separare. Il camaleonte che cambia in base alle circostanze è una figura riuscita perché porta il tema dell’insicurezza sul terreno dell’identità: se posso essere tutto, cosa rimane quando nessuno mi guarda?

“persei” prova ancora a scappare. Questa volta conta meno la destinazione e molto di più l’accelerazione. Il brano accumula energia finché la rabbia diventa una necessità fisica.

Poi “verme” toglie quasi tutto. Persino l’arroganza. Rimane un individuo che si percepisce inadeguato e si lascia trascinare verso il basso. Il titolo non concede alcuna eleganza e proprio per questo possiede una sua precisione.

La scrittura di “solchi” diventa particolarmente efficace quando sceglie parole e immagini poco accomodanti. Non vuole rendere bella la sofferenza. E nemmeno “come fare non lo so”, nonostante un’atmosfera più eterea, offre un rifugio: il protagonista utilizza il risentimento per separarsi emotivamente da qualcuno, finendo invece per alimentare continuamente quel legame attraverso l’odio.

“adieu” rappresenta uno spostamento fondamentale. Finora gran parte del dolore era qualcosa da subire o dal quale difendersi. Qui arriva la responsabilità: aver ferito una persona amata e sapere di non poter cancellare ciò che è accaduto. Il senso di colpa non diventa automaticamente redenzione. Rimane un conto aperto che nessuno è obbligato a perdonare.

“rocciasangue” allarga la crisi fino alla ricerca stessa di uno scopo, in un flusso di coscienza che ha la pressione di un grido trattenuto troppo a lungo.

E quando “RnR serena” arriva alla fine, il desiderio carnale non rappresenta affatto una liberazione. Diventa un’altra ossessione, un altro ruolo da interpretare, un altro modo per riempire temporaneamente un vuoto.

Dieci brani e nessun eroe.

È probabilmente questa la caratteristica più convincente di “solchi”. I Calanco non raccontano individui esemplari, ma persone contraddittorie, capaci di soffrire e di far soffrire, di riconoscere i propri errori senza sapere necessariamente correggerli.

La produzione ruvida accompagna questa idea senza imbellettarla. Il suono conserva una dimensione fisica e sembra pensato per acquistare ulteriore peso dal vivo.

Alla fine, il “solco” più profondo dell’album non è quello lasciato dal dolore. È quello lasciato dalla consapevolezza di non poter sempre dare la colpa a qualcun altro.

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